Quando insegniamo alle persone a difendersi insegniamo loro a partire sempre dopo che l'aggressore iniziato ad attaccare.
È giusto, è etico, ma è anche una cazzata e oggi vediamo assieme perché.
C'è un principio cardine nel karate e in molte arti marziali: "Karatemi sente nasci" — il karate non attacca mai per primo. Questo vale per buona parte della difesa personale in generale.
L'idea è semplice: si aspetta sempre che sia l'aggressore a muoversi per primo. È giusto, e lo è per due motivi chiari.
Il primo è etico. Non vogliamo insegnare alle persone ad aggredire o a essere violente. Non è questo il nostro scopo.
Il secondo è legale. Per la legge, dobbiamo difenderci da un aggressore — non essere noi gli aggressori.
Fin qui siamo tutti d'accordo.
C'è un problema però quando questo principio viene usato in maniera marmorea non tanto nel dojo quanto in strada, fuori dalla palestra.
Il problema non è il principio in sé. Il problema è quando lo applichiamo in modo rigido fuori dal dojo. In strada, le cose non funzionano come in palestra. Ed è di questo che voglio parlare con te oggi.
La realtà di un’aggressione in strada – statistiche e svantaggio di chi aspetta
Parliamo di numeri reali. In strada, un'aggressione dura in media dieci secondi. Non lo dico io — lo dicono le statistiche. Guarda i video di aggressioni reali online. Guarda i reportage. Il dato è chiaro.
Statisticamente un'aggressione dura in media dieci secondi.
Dieci secondi sono pochissimi. E questo cambia tutto.
Il primo che parte rimane in piedi
Il primo che parte purtroppo è quello che rimane in piedi.
Chi aspetta parte già in svantaggio. In quei pochi secondi, potresti non avere il tempo di reagire. Non hai il tempo di coprire, di parare, di schivare. Non hai il tempo di costruire una controffensiva.
Non siamo in una gara sportiva
In palestra c'è l'angolo blu e l'angolo rosso. C'è un arbitro. Due persone che si sfidano con regole chiare.
In strada non c'è niente di tutto questo.
Il contesto è caotico e subdolo. L'aggressore fa di tutto per nascondere le sue intenzioni fino all'ultimo. Usa il dialogo. Si avvicina piano piano. Ti convince che non vuole problemi.
Hai presente quella scena? L'aggressore dice: "No ma sta tranquillo, non voglio fare a botte" — e poi parte. L'altro rimane di stucco e finisce a terra in un secondo.
Anche l’aggressore agitato è un pericolo
Certo, a volte l'aggressore è subito visibile. È agitato, vemente, sanguigno. In quel caso hai almeno il vantaggio di capire subito che c'è un pericolo.
Avere subito l'aggressore con un atteggiamento molto veemente, molto sanguigno è tra virgolette un lusso, perché mi permette subito di inquadrare il pericolo.
Ma anche in questo caso, aspettare che sia lui a partire vuol dire una cosa sola: sei disposto ad accettare al cento per cento la sua violenza. Devi incassare il primo colpo, bloccarlo, e poi reagire. In strada, con tutto il caos che c'è, non è per niente scontato che tu riesca a farlo.
L’OODA Loop – perché aspettare ci mette tre passi indietro
C'è un altro problema di cui voglio parlarti. Si chiama OODA Loop. È un meccanismo che usa il nostro cervello ogni volta che si trova in una situazione nuova.
Cos’è l’OODA Loop
OODA è un acronimo. Sta per quattro passi:
- Osservare – guardi cosa sta succedendo
- Orientarsi – capisci qual è la risposta migliore
- Decidere – scegli cosa fare
- Attivarsi – passi all'azione
Ogni volta che reagiamo a qualcosa, il nostro cervello segue questi quattro step. Non puoi saltarli. Non puoi fare il quarto senza aver fatto il primo.
Chi aspetta è già in ritardo
Ora pensa a una situazione di aggressione reale. Se aspetti che sia l'aggressore a partire per primo, tu sei all'inizio del loop. Sei all'Osservare.
L'aggressore, invece, è già all'Azione.
È già tre passi avanti a te.
Siamo già tre passi indietro e questo di nuovo può essere un grande problema in una situazione concitata.
Tre passi sembrano pochi. Ma in una situazione reale, con il caos e l'adrenalina, sono tantissimi. Un colpo forte può bastare. Un solo colpo, e tutto finisce.
Rischiamo alle volte il suicidio involontario perché comunque ci mettiamo in una situazione di grandissima difficoltà.
L’esempio del metodo Donna Sicura
Ho visto questo problema con i miei occhi. Nel metodo Donna Sicura, lavoriamo con le donne in situazioni di simulazione. L'istruttore fa la parte dell'aggressore.
Quando l'istruttore usa bene il dialogo, riesce a creare dei tranelli. Si avvicina piano. Usa un tono calmo. Convince la corsista che il pericolo non c'è.
E poi parte di botto.
Il risultato? La ragazza rimane spaesata per due o tre secondi. Anche se sa che è una simulazione. Anche se le abbiamo dato le linee guida prima di iniziare.
Succede lo stesso. Quasi sempre.
Se succede in una simulazione, pensa quanto è facile che succeda in una situazione reale.
Non ti sto dicendo di reagire al minimo sospetto
Ci tengo a essere chiaro. Non ti sto dicendo di attaccare chiunque ti guardi storto. Non ti sto dicendo di reagire appena hai un sospetto.
La vecchietta che ti chiede un euro per il parcheggio non è una minaccia.
Quello che ti sto dicendo è diverso.
La distinzione che conta
C'è una differenza enorme tra due cose:
- Attaccare per primi
- Essere i primi a reagire quando la minaccia è evidente
C'è una bella differenza fra essere quelli che attaccano per primi, essere quelli che reagiscono per primi quando c'è una minaccia conclamata.
Se hai fatto bene tutta la parte di prevenzione — hai letto i segnali, hai provato a de-escalare, hai usato la difesa verbale — e la persona continua ad avvicinarsi, continua a urlare, continua a ignorarti… quella non è più un'ipotesi. È una minaccia conclamata.
A quel punto, aspettare non è più nobiltà d'animo. Diventa ingenuità. E l'ingenuità in strada può costarti carissimo.
Il problema psicologico – insegnare a subire anziché a reagire
C'è un altro problema. Ed è psicologico.
Come sottolinea Rory Miller, quando insegniamo alle persone a reagire solo nel momento in cui subiscono violenza, cosa stiamo facendo davvero?
Cosa stiamo insegnando alle persone? Stiamo insegnando proprio questo, a subire l'aggressività, a subire la violenza degli altri.
Stiamo insegnando a subire. A restare passivi. A reagire solo quando la violenza è già così forte da non lasciare scelta.
Un atteggiamento mentale sbagliato
Questo approccio rafforza un'idea pericolosa. L'idea che essere passivi sia normale. Che aspettare sia la cosa giusta. Che non si debba porre nessuna barriera tra sé e chi usa violenza.
Non è così. E non dovremmo insegnarlo.
Non sta creando un cambiamento psicologico positivo ma sta iniziando a creare un cambiamento psico anzi sta rafforzando un atteggiamento psicologico a parer mio molto negativo.
La difesa personale è anche formazione emotiva
Per me, la difesa personale ha un obiettivo più ampio. Non basta insegnare tecniche. Bisogna dare anche una formazione psicologica ed emotiva.
Uno degli obiettivi della difesa personale, secondo me, è quello anche di formare, di dare una educazione psicologica ed emotiva ai nostri allievi.
Gli allievi devono capire una cosa semplice. Hanno il diritto di difendersi. A volte, hanno anche il dovere di farlo.
Se formiamo sempre persone passive — che aspettano, che subiscono, che reagiscono solo quando è troppo tardi — non stiamo aiutando nessuno. Stiamo peggiorando le cose.
È ora di cambiare approccio.
Un nuovo approccio alla difesa personale – prevenzione, lettura del pericolo e scelta consapevole
È ora di smettere di insegnare solo una cosa: quando l'aggressore parte, tu reagisci.
Questo approccio non basta. Anzi, può fare danni.
Passo uno: impara a leggere i segnali
Prima che accada qualcosa, ci sono sempre dei campanelli d'allarme. Il mio obiettivo è insegnarti a riconoscerli.
Devi capire quando sei in una situazione potenzialmente pericolosa. Non dopo. Prima.
Leggere la situazione in anticipo ti dà tempo. Ti dà scelta. Ti mette in una posizione completamente diversa.
Passo due: usa strategie per arginare la situazione
Una volta che hai letto il pericolo, il passo successivo è agire con la testa. Ci sono strategie e tattiche che puoi usare per gestire la situazione prima che degeneri.
La difesa verbale. La de-escalation. Il linguaggio del corpo. Questi strumenti funzionano. E nella maggior parte dei casi evitano il contatto fisico.
Passo tre: percepisci, analizza e decidi
Percepisco una situazione di pericolo, l'analizzo e decido cosa fare in base alla situazione e a come mi sento.
Questo è il vero cambio di mentalità. Non sei più un soggetto passivo che aspetta. Sei tu a leggere. Sei tu a valutare. Sei tu a scegliere.
Non sto dicendo di reagire in modo violento appena senti un sospetto. Etica e legalità restano sempre un punto fermo. Sempre.
La prevenzione evita la maggior parte dei problemi
La prevenzione è importante proprio per questo. Ti permette di arginare le situazioni pericolose prima che diventino fisiche.
Se usi anche strumenti come lo spray al peperoncino, metti un'altra barriera tra te e il pericolo. Un'ulteriore linea di difesa.
Ma se tutte le barriere crollano, a quel punto tocca a te decidere. In modo consapevole.
La metafora della scintilla
Pensa a una scintilla. La vedi divampare. Il fuoco inizia ad attecchire.
Cosa fai? La soffochi subito o aspetti che diventi un rogo?
Più aspetti, più il fuoco è difficile da spegnere. A volte ha senso aspettare. Ma il principio resta lo stesso: leggi la situazione, previeni, e quando tutte le barriere non bastano più, valuta se essere il primo ad agire.
Decidere consapevolmente: questa è la vera difesa personale
Decidere consapevolmente senza subire quello che sta avvenendo, ma imparando a leggerlo e decidendo in modo conscio quale reazione vogliamo avere.
Questa è la differenza. Non subire. Non aspettare passivamente. Leggere, valutare, scegliere.
Questa è la difesa personale che voglio insegnare.
Conclusioni
Questo è un concetto a cui io tengo molto e su cui cerco di fare un po' di lavaggio del cervello ai miei allievi.
Lo insegno ai miei allievi. Lo insegno alle ragazze del metodo Donna Sicura. Per me è fondamentale.
Ora voglio sentire anche la tua opinione.
Mi farebbe piacere sapere anche cosa ne pensi tu. Mi raccomando, con intelligenza.
Scrivimi un'email a eugenio@urbanbudo.it. Prenditi cinque minuti per ragionare. Condividi la tua idea, non quella di un algoritmo. Solo così possiamo creare un dialogo vero. Solo così cresciamo entrambi.
Come al solito ti auguro una buona pratica, aspetto i tuoi commenti e alla prossima.



