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Ieri, curiosando nella scheda “notizie” del mio cellulare mi sono imbattuto in questo articolo:

“La nostra cintura blu di 2 anni ha spazzato il pavimento con un istruttore di Krav Maga”

Sapevo che non l’avrei dovuto leggere, lo sapevo. Questi articoli mi fanno solo incazzare.

Ma niente, non ce l’ho fatta, è stato più forte di me: come una falena attratta dalla luce, il mio dito a dovuto toccare quel link e…..BAM! Dopo due righe ero incazzo come una iena!

L’articolo (che puoi leggere cliccando su questo link: https://www.bjjee.com/articles/matt-thornton-our-2-year-blue-belts-were-wiping-the-floor-with-krav-maga-instructors/) racconta sempre la solita storia, ormai trita e ritrita.

L’istruttore di Krav Maga voleva mettersi alla prova ed è andato nella palestra di Matt Thornton dove ha fatto sparring con una cintura blu che, a dire di Thornton lo ha “letteralmente usato per spazzare il pavimento”.

Ora, quello che mi fa arrabbiare di questi articoli non è tanto che chi li scrive o chi viene intervistato cerca di tirare l’acqua al suo mulino e di dimostrare che la disciplina che pratica o insegna è la più efficace in assoluto (cosa che, diciamo la verità, facciamo quasi tutti).

Quello che mi fa davvero incazzare è la stupidità di tutti quegli istruttori di Krav Maga o Difesa Personale che si prestano a queste sfide senza senso – stupidità che si ripercuote poi su tutta la nostra categoria .

Perché queste sono sfide già perse in partenza. Non c’è storia: se pratichi Krav Maga o un qualsiasi metodo di Difesa Personale non puoi sperare di tenere testa a un praticante di Brazilian jiu jitsu, a un pugile, a un judoka, a un karateka o ad un Thai Boxe e adesso ti spiego perché.

Se Bolt e Kipchoge corressero la maratona, chi vincerebbe?

Usain Bolt, famosissimo velocista nonché l’uomo più veloce del mondo incontra Eluid Kipchoge (il più forte maratoneta del mondo) al bar; mentre fa colazione.

Tra una brioche e un cappuccino Bolt, che è un po’ spacconcello, dice a Kipchoge: “Oh, scommettiamo che corro la maratona più veloce di te?”

Kipchoge è un tipo cheto, meditativo. Per lui la corsa è una roba intima, spirituale, per lui la corsa è una sfida con se stesso, non un mezzo per essere sotto i riflettori e far aumentare i suoi follower, e per questo rifiuta la sfida.

Ma Bolt non accetta un “no” come risposta e quindi insiste e insiste e insiste fino a quando Kipchoge, snervato, accetta.

Decidono giorno, ora e luogo della sfida e si salutano.

La strategia di Bolt è semplice: staccherà nei primi metri il maratoneta sfruttando la sua velocità e poi vivrà di rendita per il resto della corsa.

Il giorno della sfida arriva.

“Ai vostri posti. Pronti. Partenza. Via”

Bolt corre come il vento. Essendo una gara lunga si frena, ma nei primi 500 metri mette comunque una distanza tale tra lui ed il maratoneta che pare incolmabile.

Pare, perché dopo poco tempo Kipchoge lo sorpassa come un fulmine, a 21 Km/h, con un sorriso ieratico stampato sul viso ed il passo leggero di chi ha le ali sotto i piedi.

Bolt è interdetto. Non capisce: com’è possibile? Lui è la persona che corre più veloce al mondo; com’è possibile che non riesca a stare dietro al keniano?!

Va bene, l’ho romanzata, ma è abbastanza scontato che se ci fosse una sfida sulla maratona tra un velocista ed un maratoneta non ci sarebbe storia: vincerebbe il maratoneta senza alcuna difficoltà.

E, viceversa, se la sfida si facesse sui 100 metri allora il maratoneta non avrebbe alcuna possibilità di fare un tempo competitivo.

Ma come mai? Eppure tutti e due fanno la stessa e identica cosa: corrono!

La risposta è sotto gli occhi di tutti: sono due specialità così diverse che non è possibile che un maratoneta sia performante sui cento metri e viceversa.

Bene, allora se questo concetto è tanto semplice da capire con la corsa, perché non riusciamo a capirlo nella Difesa Personale e negli sport da combattimento?

Ecco perché gli istruttori di Difesa Personale si prendono sempre un sacco di botte

Ho voluto usare la corsa perché è l’esempio più lampante, ma se ne potrebbero fare tanti altri.

Pensa a quando Valentino Rossi ha provato a guidare la Ferrari. Ha fatto un buon tempo, ma non sufficiente per essere competitivo…eppure è sempre un pilota!

Nelle arti marziali è la stessa, identica cosa. Un praticante di Brazilian passa ogni singolo allenamento ad allenare la lotta a terra e lo fa con esercizi specifici, drills, sparring, sessioni di allenamento sotto stress, allenamenti in cui si confronta con praticanti più forti di lui, ecc.

Ora, non è pensabile, per un istruttore di Difesa Personale, qualsiasi sia il metodo, essere competitivo nella lotta a terra con un praticante di Brazilian. Non c’è storia. Per il praticante, anche se è un grado basso, mettere in sottomissione l’istruttore sarà sempre un gioco da ragazzi.

Posso testimoniarlo sulla mia pelle.

Nonostante abbia una base di lotta a terra derivante dal Ju Jitsu tradizionale, quando vado ad allenarmi nella scuola di Alberto Codognotto tutto quello che riesco a fare è sopravvivere; spesso anche con le cinture bianche.

Ma mica me ne vergogno, anzi, per me è una piccola sfida con me stesso e, tra le altre cose mi diverto come una matto ad andare da loro ad allenarmi.

Stessa cosa accaderebbe se un istruttore di Difesa Personale salisse sul ring con un pugile. Stiamo parlando di una persona che passa ogni singolo allenamento a migliorare 6 pugni e che fa quello sempre, tutti i giorni…non posso giocarmela con lui nel pugilato.

E potremmo continuare e citare tutte quelle situazioni in cui gli Istruttori di Difesa Personale hanno fatto una figuraccia sfidando qualche praticante di sport da combattimento o arte marziale.

Per quanto il metodo che pratichiamo sia variegato e ampio non avremo mai le competenze e le abilità di chi si specializza in un solo aspetto del combattimento e di, soprattutto, lo prova in contesti non collaborativi.

Non c’è niente da fare: il principio di specificità vince sempre…

I 2 talloni di Achille di molti Istruttori (e praticanti) di Difesa Personale

Sei fai Boxe sali sul ring e fai guanti. Se fai Brazilian sali sul tatami e lotti. Se fai Thai sali sul ring e fai sparring. Se fai Karate sali (o almeno dovresti salire) sul tatami e fami kumite…e se fai Difesa Personale?

Be’ se fai Difesa Personale impari le tecniche e poi le ripeti ma, anche quando le pratichi sotto stress, nel 90% dei casi i tuoi avversari sono collaborativi…e qui casca l’asino.

Nella maggior parte dei casi anche quando ai corsi si propongono esercizi sotto stress, chi riveste il ruolo dell’aggressore nel momento in cui il “buono della situazione” inizia a reagire si ferma e non reagisce.

Due giorni fa ho visto su una pagina Facebook con più di 1800 “mi piace” proprio questo.

Gli istruttori proponeva degli esercizi di simulazione di Difesa Personale femminile. Dopo una fase di dialogo l’istruttore chiudeva rapidamente la distanza e strangolava l’allieva. A quel punto l’allieva iniziava a difendersi (anche piuttosto bene e colpendo a piena potenza l’istruttore che indossava le protezioni), ma l’aggressore non faceva nulla.

Questo approccio – l’ho già detto tante volte e lo ripeto – costruisce un vero e proprio castello di carta nella mente del praticante, che crolla nel momento in cui ci troviamo di fronte una persona non collaborativa che reagisce e cerca di metterci in difficoltà.

Ecco allora che quando si pratica sparring con persone che vengono da altre discipline, si è inermi perché quelle persone “non ci fanno lavorare” anzi, cercano i sopraffarci.

Sarebbe quindi opportuno inserire almeno degli esercizi di sparring con protezioni per cercare di superare questo nostro limite.

A questo poi bisogna aggiungere che buona parte degli istruttori e dei praticanti di Difesa Personale non ha la stessa preparazione fisica dei praticanti dello sport che sfidano.

Rimanendo all’esempio del jiu jitsu: come pensi di resistere 5 o 6 minuti sul tatami a lottare a terra con una persona che si allena ad ogni sessione per quello se tu non hai una preparazione fisica all’altezza di quella specifica situazione?

La verità, comunque, è che siamo un po’ fessi…

Fatte le dovute premesse è ora di dire la verità, nuda e cruda e di svelare il principale motivo per cui, ogni volta che un istruttore di Difesa Personale accetta o propone una sfida come quella di cui abbiamo parlato prima fa – spesso- la fine del sacco da botte.

La verità è…che noi siamo un po’ fessi.

In fatti, in tutte queste sfide, gli istruttori di Difesa Personale permetto ai loro avversari di dettare le regole del gioco e ciò esclude ogni minima possibilità di vittoria da parte dei praticanti di Difesa Personale.

Partendo dal presupposto che io trovo davvero stupide queste sfide perché non sono fatte per mettersi alla prova o per imparare o verificare qualcosa, ma semplicemente per alimentare l’ego di chi vi partecipata, se un istruttore di Difesa Personale sale sul tatami per sfidare un praticante di Brazilian o sale sul ring per sfidare un pugile e gioca con le regole del jiu jitsu e del pugilato…be’ ha già perso in partenza.

Se quando lotto con un praticante di Brazilian (continuo a citare questa disciplina solo come esempio) non posso colpire, mordere, colpire i genitali, mettere le dita negli occhi, tirare i capelli, devo indossare un gi, lo sparring si deve fare sul tatami, non si può usare il dialogo…il mio avversario ha il suo arsenale al 100%, ma a me cosa rimane?

Se davvero volessimo fare una sfida “Bjj vs Difesa Personale” e dare possibilità eque ad entrambi gli sfidanti dovremmo allora organizzare una simulazione, in un contesto fuori dalla palestra del praticante di Brazilian, possibilmente in un contesto urbano in cui il jutsuka pratica solo Brazilian e il praticante di Difesa Personale può fare tutto ciò che reputa opportuno per mettersi in salvo potendo quindi sfruttare:

  • Il dialogo,
  • L’ambiente,
  • Tutti i tipi di colpi (corretti o meno)
  • Ecc..

Allora potrebbe essere una cosa interessante per tutti e due.

Ovvio è che questo diventa poco fattibile. In quanto:

  1. Bisognerebbe trovare un praticante disposto a fare una cosa del genere.
  2. Sarebbe opportuno dare delle protezioni “all’aggressore” – in questo caso il praticante di Brazilian (o il pugile o il judoka…) – ai fini di proteggerlo così che si possa lavorare in sicurezza, ma se chi indossa le protezioni non è abituato a questo tipo di esercitazioni rischia la sindrome di Highlnader
  3. Sapendo fin dall’inizio che si tratta di una “sfida” tra queste due persone l’approccio, il dialogo e altre fasi della simulazioni sarebbero certamente falsate.

Per concludere

Spesso chi pratica Difesa Personale, soprattutto se è un Istruttore, pensa di essere invincibile e di poter gestire ogni sorta di avversario…FALSO!

Noi praticanti di Difesa Personale, indipendentemente dal metodo, abbiamo (chi più e chi meno) un’infarinatura in tutto e proprio per questo non possiamo assolutamente pensare di essere competitivi con chi passa migliaia di ore a specializzarsi in un singolo aspetto del combattimento.

Come possiamo pretendere di essere competitivi con un pugile, con un praticante di Brazilian o con un judoka?

Questo significa che dovremmo smettere di studiare l’autodifesa e passare ad un’arte marziale o ad uno sport da combattimento?

Secondo me no. Il nostro è un terreno d’indagine diverso.

I praticanti di arti marziali o sport da combattimento si allenano per salire sul tatami o sul ring e vincere.

Noi ci alleniamo per evitare lo scontro in strada e, se questo non fosse possibile, per uscire dalla situazione nel modo più rapido e con meno danni possibili.

Noi studiamo la psicologia dell’aggressore, l’ambiente, il dialogo. Il nostro obbiettivo primario non è mettere ko l’avversario ma evitare lo scontro e se questo non è possibile creare una situazione favorevole per la fuga.

Sono due ambiti di studio e di specializzazione diversi, che comunque si possono arricchire a vicenda.

Però, se vogliamo crescere, arricchirci e arricchire i nostri allievi bisogna smetterla di essere arroganti e saccenti, ammettere i nostri limiti e cercare di superarli in modo produttivo e non con stupide sfide che ci fanno passare solo come dei giganteschi fessi e non fanno altro che gettare fango sul nostro settore.


Eugenio Credidio
Eugenio Credidio

Innamorato karateka, curioso esploratore della Via, amante dei libri, apprendista scrittore, caffè dipendente, strimpellatore di sax e autore, assieme al Maestro Ferdinando Balzarro, del libro "On the Road (sulla Via) dialoghi all'ombra del Do". Dal 2009 gestisco il Dojo Shin Sui di Alessandria e, nel 2012, ho ideato Urban Budo con lo scopo di aiutare tutti i Maestri e gli Istruttori ad aumentare e migliorare le proprie conoscenze sulla didattica, la teoria e le metodologie d’insegnamento della difesa personale.