NB: questo articolo è un po’ lungo e te ne chiedo scusa, ma leggerlo tutto potrebbe essere il più grande investimento che tu possa fare per quanto riguarda il tuo percorso di marzialista perché, ne sono certo, leggerlo ti ‘renderà libero’

È dall’età di 15 anni che mi sento dire che le arti marziali non servono per la difesa personale.

La prima volta è stato durante uno stage in cui un istruttore, che non aveva nemmeno la metà degli anni di pratica e di studio del mio Maestro, si è messo in cattedra davanti agli insegnanti tecnici della Fesik a spiegare come le arti marziali tradizionali non avessero nessuna valenza ed efficacia in un contesto di difesa personale.

Da quando la difesa personale è diventata un vero e proprio business (non per nulla gli inglesi e gli americani si riferiscono ‘all’industria della difesa personale’) e da quando i metodi militari si sono diffusi a macchia d’olio, le arti marziali hanno perso la loro valenza di discipline volte allo studio e alla pratica dell’autodifesa e sono state relegate a mero sport.

Questo ha fatto sì che Istruttori che hanno seguito brevi corsi di formazione e con una manciata di anni di esperienza alle spalle, si possano permettere di dire a Maestri 4°, 5° o 6° dan che tutto quello che hanno fatto fino a quel momento a livello tecnico e applicativo non vale nulla, è totalmente inutile e non serve a niente.

Ma siamo davvero sicuri che le arti marziali non servano a nulla nella difesa personale? Era questo che pensava Jigoro Kano quando ideava il suo judo? Il Maestro Funakoshi non diceva che il karate è per la vita o per la morte? E suo figlio non insegnò all’esercito giapponese?

Quello che ti voglio proporre è una breve riflessione perché, non so tu, ma io non condivido questo punto di vista, ovvero quello che le ‘arti marziali non sono utili per la difesa personale’…però è anche vero che negli anni ci siamo persi qualcosa per strada.

Cosa insegnano gli esperti di difesa personale?

Questa è la prima domanda che ti dovresti fare: tutti questi esperti di difesa personale che dicono che le arti marziali sono inutili in strada cosa insegnano?

Se ti prenderai un momento per guardali con calma e osservarli senza farti distrarre da quello che dicono, da come sono vestiti o dal contesto in cui ti mostrano le tecniche, noterai che tutti questi esperti non fanno altro che proporre tecniche di ju jitsu, judo, aikido, hapkido, kali, karate, muay thai spessp ‘fatte male’!

Non è paradossale?

Esempio tecnico di mawashi empi e kote gaeshi in un’applicazione di Krav Maga

In questi anni per mezzo di un’attività di marketing pesante, e forse non proprio eticamente corretta, ci hanno convinto che quello che abbiamo studiato per anni, a cui ci siamo dedicati con passione e amore e per il quale abbiamo fatto sacrifici immensi sia ‘inutile’, sia un gioco, non sia altro che un mero sport.

E così, molti Maestri e Istruttori di arti marziali, raggirati da questa idea, hanno iniziato a seguire corsi di formazione di discipline che prendono a pieni mani dalle arti marziali tradizionali, ma che sovente sono poveri e tenuti da persone che hanno un’esperienza tecnica minore rispetto ai corsisti stessi.

Devo fare una confessione però: ci sono cascato anche io!

A un certo punto nel mio percorso di pratica qualcosa non mi convinceva più. Non tanto nel karate, che è sempre stato per me un mezzo di auto-perfezionamento, ma in quella disciplina nata proprio per difendersi su un campo di battaglia: il ju jitsu.

Poco prima dell’esame da 3° dan mi sono trovato a riflettere e a guardarmi indietro e ho iniziato ad avere la sensazione che, superato un certo grado, il ju jitsu (almeno quello che mi veniva insegnato) non fosse altro che un accumulo mnemonico di programmi tecnici.

Così ho iniziato a cercare risposte altrove e mi sono imbattuto nel M° Zuppa di Sanremo che, un giorno, mi fece fare un esercizio che cambiò drasticamente il mio punto di vista sul tema della difesa personale.

Eugenio Credidio e Maurizio Zuppa
Io assieme al caro amico il Maestro Maurizio Zuppa del centro CKW di Sanremo

Prese 3 suoi allievi e gli dette un paio di focus ciascuno e mi disse: “Eugenio, oggi proviamo a lavorare la difesa contro avversari multipli”.

-Ok- pensai io, nel ju jitsu l’avevo già fatto più volte quel tipo di lavoro: un avversario ti attacca, tu fai un’applicazione e subito dopo ti attacca un’altro avversario e così via.

“Bene Eugenio, mettiti al centro del cerchio fatto dai tuoi compagni, quando dò il via tu sentiti libero di fare ciò che ritieni più opportuno”.

Mi metto al centro e M° Zuppa dà il via all’esercizio, uno dei ragazzi parte con il focus per cercare di colpirmi ed io inizio la mia difesa ma, nel mentre, gli altri due ragazzi sono di me e mi colpiscono coi focus non lasciandomi lavorare. In men che non si dica, mi trovo sotto una pioggia di colpi che arrivano da tutte le parti e che non sono minimamente in grado di gestire.

Alla fine dell’esercizio, che durò circa 30 secondi (i più lunghi della mia vita), il M° Zuppa mi dice:

“Questo è quello che potrebbe succede sul serio in strada se venissi attaccato da più avversari, non è proprio facile gestirla come ti hanno sempre fatto credere, vero?”

In quel momento il mio castello di carte crollò e compresi che, nonostante i miei anni di esperienza nel mondo della arti marziali in strada, effettivamente, non sarei stato in grado di cavarmela.

Quindi era vero: le arti marziali non erano utili per la difesa personale. Che rabbia! Avevano ragione!

Questo mi portò a iniziare un percorso con il M° Zuppa nelle discipline moderne, prima nel close quarter combat e poi nel keysi, che ebbi la possibilità di approfondire parecchio lavorando direttamente con Justo Dieguez e Andy Norman.

Stagecon Justo Dieguez ed Maurizio Zuppa ad Dojo Shin Sui Alessandria
Primo Stage in Piemonte di KFM con Justo Digeuz e Maurizio Zuppa nel mio Dojo ad Alessandria

Però anche qui… più andavo avanti e più i conti non mi tornavano e questo mi portò, ad analizzare e a riflettere e, passato il colpo di fulmine e spostando il velo del marketing, mi sono reso conto che alla fine quello che facevo era in ogni disciplina altro non era che…karate!

Ogni singolo movimento, proiezione, scudo, bloccaggio o leva era presente nei kata che avevo studiato fino ad allora.

I pugni a martello, il pensador (lo scudo) le ginocchiate ad ala erano già presenti nei kata, negli spostamenti e nei caricamenti del karate; così come la parata universale del close combat non era altro che il morote ude uke del karate. E potrei andare ancora avanti negli esempi.

Alla fine, mi sono reso conto che ogni ora passata a fare keysi, close combat o ogni altra disciplina moderna a cui mi ero approcciato non era altro che un’ora passata ad approfondire il karate, a riscoprilo e a poterlo vedere con occhi diversi e nuovi e a trovare differenti chiavi di lettura; e sono certo che  un qualunque praticante di kali, kung fu, ju jitsu  o judo che si fosse impegnato a guardare le varie discipline in modo trasversale, disincantato e con un occhio ‘filologico’, come piace dire a me, sarebbe giunto alle stesse conclusioni…anche tu!

Quindi ci hanno raccontato una grande bugia!

Questa presa di coscienza mi portò a capire che non era vero che le arti marziali tradizionali non servivano per la difesa personale, ma che per far sì fossero realmente applicabili in un contesto moderno era necessario guardarle da un altro punto di vista.

Le arti marziali tradizionali hanno delle soluzioni applicative formidabili per la difesa personale e se sei un insegnante di arti marziali (e anche di sport da combattimento) non c’è bisogno che spendi un mucchio di soldi in corsi costosissimi in cui, in realtà, non fanno altro che venderti e rivenderti cose che già conosci, ma che vengono ‘impacchettate’ in modo diverso così da essere rese più appetibili tramite tecniche disoneste di marketing!

Ecco l’unica cosa che devi davvero fare per insegnare difesa personale in modo efficace

Cambia punto di vista! Cambia prospettiva!

Vedi, il problema non sta nelle tecniche che insegni, ma in come le insegni e nelle metodologie di allenamento e di pratica che adoperi.

È su queste che ti devi soffermare e che devi lavorare.

Come fare? Ti consiglio di seguire un processo in 3 fasi; lo stesso che ho adoperato io

Come adattare (davvero) le arti marziali alla difesa personale moderna

  • 1

    Riscopri la tradizione:

    Ogni stile di combattimento che è arrivato a noi oggi è stato codificato da persone che sono sopravvissute a combattimenti reali, che hanno combattuto per la vita o per la morte, e che hanno trasmesso poi le loro conoscenze ai propri figli, amici, familiari. Per passare queste conoscenze e non dimenticarsele sono stati ideati i kata, i taolu o le forme; è per questo che le applicazioni migliori le trovi propri lì! I kata (perdonami, li chiamo alla giapponese per deformazione professionale) sono dei veri e propri libri di testo che racchiudono un’infinità di tecniche realmente applicabili. Per quanto riguarda il karate, per esempio, tutte le tecniche a distanza ravvicinata, le tecniche di rottura e di proiezione, lo studio dei punti sensibili sono all’interno dei kata. Solo che, ormai, siamo così presi dalla pratica agonistica che non approfondiamo più questo aspetto dell’arte e così molte cose si stanno perdendo. Dedica tempo a questa pratica se nella tua disciplina è presente. Interrogati, cerca di approfondire e soprattutto di guardare le applicazioni da vari punti di vista diversi; è questo che poi fa la differenza.

  • 2

    Ricerca la semplicità:

    Insegna sempre cose semplici e facilmente applicabili in ogni situazione. Non perdere troppo tempo dietro tecniche coreografiche ma improbabili o eccessivamente complesse: durante un’aggressione il mix di paura e adrenalina rende difficile per chiunque gestire la coordinazione fine; per tanto questo genere di tecniche raramente sono applicabili. Riduci tutto all’osso, all’essenziale!

  • 3

    Analizza e considera il contesto in cui può avvenire un’aggressione oggi:

    Dovrai considerare il contesto in cui avviene l’aggressione, il modus operandi dell’aggressore, lo scenario in cui avviene l’aggressione, come la persona aggredita è vestita; insomma dovrai guardare lo scenario in tutta la sua ampiezza e chiederti: “La tecnica che sto insegnando sarebbe applicabile in questo contesto? Con queste condizioni? E con un aggressore non collaborativo?”

Se seguirai questo processo potrai tranquillamente ideare un programma di difesa personale da proporre ai tuoi allievi all’interno delle tue lezioni di arti marziali o come corso a parte che sia veramente efficace e utile.

Se ti sembra facile a dirsi ma non a farsi, se non sai da che parate iniziare oppure se vorresti qualche spunto per dare il via alla tua rivoluzione personale, allora scarica il mio e-book gratuito “Come Non Insegnare Difesa Personale – I 12 errori che il 90% degli insegnanti commette quando insegna difesa personale”, dove scoprirai perché le tue lezioni non sono davvero efficaci (ma anzi, potenzialmente pericolose) e come migliorarle facilmente.

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