Qualche giorno fa, mentre stavo facendo una ricerca su internet, sono inciampato in un articolo molto interessante del blog Kung-fu Life dove l’autore, Mark Bonifati, analizzava un esperimento effettuato dalla Rocky Mountain Application Training.

Lo scopo dell’esperimento era quello di verificare se un praticante di arti marziali fosse realmente in grado di reagire in caso di un’aggressione in strada.

Per fare questo è stato chiesto ad un gruppo di praticanti esperti, provenienti da diverse discipline, di partecipare ad un esercizio di simulazione.

I marzialisti sono stati messi di fronte ad ‘red man’ — una persona che veste un’armatura protettiva ideata apposta per questo genere di allenamenti — che interpretava il ruolo del ‘picchiatore di strada’.

L’aggressore avrebbe dovuto inscenare un’aggressione partendo da un approccio verbale e i marzialisti non potevano reagire se non al contatto fisico.

Il risultato di questo test dimostrerebbe che la maggior parte dei marzialisti non sarebbero stati in grado di mettere in pratica le proprie conoscenze tecniche; soprattutto a causa della variabile psicologica che le arti marziali non insegnerebbero a gestire.

Dopo la descrizione dell’esperimento, l’autore dell’articolo (che puoi leggere a questo link: http://www.kungfulife.net/blog/difesa-personale-un-incredibile-esperimento-scientifico) continua con un’analisi di quest’ultimo, asserendo che il test sarebbe fallace in quanto:

PRIMO: Il test è stato effettuato su diversi praticanti di arti marziali mentre, perché il test sia veritiero, sarebbe dovuto essere fatto su  “X persone che quindi differiscono solo per l’arte marziale praticata.” Perché il test sia veritiero le persone coinvolte  “Dovrebbero tutte avere lo stesso peso, lo stesso livello tecnico (non quantificabile perché trattasi di arti diverse), le stesse caratteristiche biopsicofisiche e sociali;

SECONDO: La conclusione del test sarebbe che se non hai una adeguata preparazione psicologica alla gestione della paura e dell’aggressività non sarai efficace, conclusione fallace in quanto le persone testate erano al corrente di quello che sarebbe successo e quindi la paura e l’aggressività erano ben lontane dall’essere quelle “della strada”;

TERZO: L’esperimento è stato fatto su un numero piccolo di persone e quindi non è valido.

Dopo aver riletto questo articolo più volte ed averci riflettuto un po’ sopra, ho pensato di dare un’altra lettura dell’esperimento, che diverge parecchio dall’analisi fatta da Mark Bonifati. 

Al contrario dell’autore dell’articolo citato credo infatti che l’esperimento fatto possa dare molti spunti di riflessione. Convinto che un confronto, e non uno scontro, possa sempre arricchire tutti (praticanti, amatori, istruttori e maestri) mi permetto per tanto di dare la mia visione delle cose.

L’esperimento ha qualche valenza?

Ho cercato un po’ in rete e non sono riuscito a trovare nessuna descrizione dell’esperimento in quanto tale. Anche sul sito della scuola americana che l’ha condotto, la Rocky Mountain Combat Application Training, non si trova niente.

Non avendo quindi una descrizione accurata dell’esperimento e di come questo sia stato condotto risulta difficile capire se questo ha una qualche valenza oppure no; ma analizziamolo lo stesso perché l’argomento è comunque interessante da sviscerare.

Una critica che è stata mossa a questa iniziativa riguarda il numero di persone che avrebbero preso parte all’esperimento

Ovvio è che più il numero dei partecipanti è grande e più l’esperimento ha valenza, ma da un punto di vista statistico 10 persone generalmente bastano per rendere veritiero l’esperimento. 

Il problema a questo punto sta nel tipo di soggetti che si sono scelti per l’esperimento. 

Non credo sia corretta l’argomentazione proposta, ovvero che i soggetti che si prestano all’esperimento dovrebbero essere tutti ‘gemelli omozigoti che differiscono solo per la disciplina praticata’.

Se così fosse moltissimi casi di sperimentazione nell’ambito sportivo non sarebbero validi.

Infatti, quando si fa uno studio nell’ambito delle scienze motorie, se si scegli di esaminare soggetti fitness ci si rivolge a soggetti fitness, indipendentemente dall’attività che praticano (pesistica, nuoto, corsa, gag o altro), così come se ci si rivolge a atleti di sci non si sta a considerare le differenze di peso, altezza o quelle sociali in cui sono cresciuti, ma solo la fascia d’età e la specialità che praticano. 

Ma in questo caso anche la differenziazione della disciplina praticata, a parer mio, non è così importante in quanto lo studio non era diretto a capire se una determinata arte marziale fosse più efficace di un’altra in strada, ma come i praticanti di arti marziali (in generale) reagisco a determinate dinamiche che sono tipiche dell’aggressione in strada.

Detto questo, credo che ovviamente una distinzione per rendere il test (più) veritiero si sarebbe dovuta fare, e credo che quella più corretta si sarebbe dovuta basare sul ‘modo’ in cui si pratica l’arte marziale scelta, sul livello di esperienza (base, intermedio, esperto) e sulla fascia d’età.

È ovviamente diverso mettere in situazione di simulazione un agonista di kata o di forme, da un praticante amatoriale, da un pugile o da un thai boxer in quanto sono ‘educati’ e allenati in maniera del tutto differente. Così come dovrebbe essere differente far partecipare all’esperimento una cintura bianca da una cintura blu o una cintura nera.

Credo quindi che, con la giusta divisione in queste tipologie ,l’esperimento, anche se fatto con sole 10 persone, avrebbe avuto una qualche valenza.

Le simulazioni sono una bufala?

Geoff Thompson
Geoff Thompson

Persino i più allenati praticanti di arti marziali vengono ingannati dalle quattro “ D ” semplicemente perché esse non fanno parte del loro curriculum di addestramento. Perciò non comprendono il nemico che hanno di fronte e quindi non sono in grado di tradurre i segnali dell’inganno messo in atto per creare il necessario attimo di disorientamento.”

Geoff Thompson

La conclusione che i risultati dell’esperimento siano errati in quanto “le persone testate erano al corrente di quello che sarebbe successo e quindi la paura e l’aggressività erano ben lontane dall’essere quelle della strada” è, a parer mio, assolutamente errata; concordo invece molto di più con il pensiero di Geoff Thompson espresso nel libro “L’arte di combattere senza combattimento”.

È senza dubbio vero che chi si presta ad un esercizio di simulazione sa che ‘è un esercizio svolto in sicurezza’, ma è anche vero che se la simulazione è interpretata correttamente da chi riveste i panni dell’aggressore l’esercitazione si avvicina moltissimo ad un contesto reale e le sensazioni di paura, ansia, adrenalina e stress che si scatenano distano poco da quelle che si possono avere in un aggressione in strada.

Se non ci credi vai a chiedere alle ragazze che seguono corso Donna Sicura®, il mio metodo di difesa personale femminile, o a Roberto Cereda, ideatore del metodo IMPACT e vero e proprio guru della difesa personale femminile (nonché mio mentore a riguardo). 

In queste metodologie le ragazze devono fare degli esercizi di simulazione di aggressione costruiti in una determinata maniera e, ti posso garantire, che anche se sono ‘solo degli esercizi’, per come viene interpretato il ruolo dell’aggressore e per il contesto in cui la simulazione si svolge, nonostante le ragazze sappiano che è ‘solo una simulazione’ e non è la realtà, l’esercizio diventa tutt’altro che facile e le sensazioni che queste vivono sono molto vicine a quelle che potrebbero vivere in strada.

Lo so: mi dirai che l’esempio non calza: sto parlando di ragazze che non hanno una preparazione marziale e che quindi sono distanti dall’esperienza e dalla preparazione di un marzialista. 

Benissimo, allora ti parlerò di Matteo S., un ragazzo che ha fatto il test per diventare istruttore di Donna Sicura®. 

Questo ragazzo era decisamente preparato sotto un punto di vista marziale: ex pugile, aveva seguito per anni corsi di difesa personale e praticava MMA; inoltre, ha avuto anche qualche esperienza in strada. 

Quando abbiamo iniziato a parlare di difesa verbale, però, e si è trovato davanti una persona che gli gridava contro, usava tranelli e approcci volti alla distrazione è crollato.

Cosa voglio dire con questo? Che nella difesa personale l’aspetto psicologico è importante tanto quanto, se non addirittura di più, di quello tecnico/fisico e che gli esercizi di simulazione hanno una grandissima valenza se fatti in maniera corretta.

Mi dispiace, ma sono nettamente convinto che se avrai dei problemi a gestire un esercizio di simulazione avrai anche problemi a gestire una reale aggressione in strada e che, la frase:

 “Mi sono comportato così perché era un esercizio, un test, ma nella realtà mi sarei comportato diversamente”

Sia una facile scusa.

L’altra obiezione che viene fatta riguardo all’esperimento sta nel fatto che chi interpretava l’aggressore “Oltre appunto alla maschera, era bardato di protezioni su tutto il corpo perché i marzialisti dovevano essere lasciati liberi di essere più efficaci possibili”.

Ora, perché una simulazione sia efficace deve avere, almeno, queste 4 caratteristiche:

PRIMO: L’aggressore deve avere tutte le protezioni necessarie per poter assorbire i colpi senza problemi così da preservare la sua incolumità e permettere a chi fa la simulazione di colpire con il massimo della forza;

SECONDO: È assolutamente necessario che l’aggressore porti un caschetto o una maschera così da spersonalizzarsi il più possibile. Sovente succede che durante le simulazioni chi deve difendersi si blocchi o non reagisca come dovrebbe in quanto vede o riconosce chi interpreta il ruolo dell’aggressore. Questo fa sì che si tenda a fermare i colpi, a trattenersi dato che ci si ricorda che è un esercizio, che si fa per finta e che quindi non si vuole fare male a chi interpreta l’aggressore. La maschera permette invece di non ‘cascare’ in questo tranello e di far andare le simulazioni a buon fine.

TERZO: L’aggressore deve avere un tirocinio alle spalle e deve comportarsi in maniera consona. Avendo le protezioni è ovvio che non accuserà i colpi come se non le avesse. Dovrà quindi mimare in modo corretto i colpi ricevuti, rispettando la balistica del corpo e accusarli come se li avesse ricevuti sul serio. Dovrà inoltre muoversi e agire in maniera corretta a seconda del ruolo che interpreta evitando la ‘sindrome dell’Highlander’.

QUARTO: Sarebbe opportuno che chi esegue l’esercizio di simulazione lo esegua senza le protezioni. Questo per tenere alta la sua soglia di attenzione, per stare attento a non ricevere colpi e per percepire il dolore qualora venisse colpito. In alcuni casi però, data la pericolosità che può raggiungere questo tipo di esercitazione, è buona norma dare un minimo di protezioni anche a chi lo esegue.

In sostanza ritengo che lo studio fatto dalla Rocky Mountain Combat Application Training sia un test interessante che dovrebbe farci riflettere in quanto ha davvero degli spunti che ci permetterebbero di migliorare il nostro lavoro e che non sia del tutto da buttare via ma, anzi, potrebbe aprirci gli occhi su alcune lacune della nostra preparazione.

Se quello che ho scritto sulle simulazioni non ti convince ancora e continui a credere che siano esercizi inutili allora ti prego di spendere 10 minuti per vedere la video intervista fatta a Elisa e Nadide dopo il corso Donna Sicura® in cui descrivono la loro esperienza durante le simulazioni.

Se vuoi scoprire come gestire le simulazioni e gli esercizi sotto stresso scarica il mio e-book gratuito ‘Come Non Insegnare Difesa Personale – I 12 errori che il 90% degli insegnanti commette quando insegna Difesa Personale’  dove scoprirai anche perché le tue lezioni non sono veramente efficaci, ma anzi pericolose per i tuoi allievi…
(Tranquillo…a differenza di quello che ti dicono gli altri, il problema non è né nelle tecniche né nella disciplina che insegni)